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Ostra

 

L'Area archeologica di Ostra Vetere

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Con la battaglia di Sentinum (Sassoferrato) del 295 a.C. e la definitiva sconfitta dei Galli Senoni, Roma si assicura il controllo delle Marche settentrionali e, in particolare, della valle del Fiume Misa, che ha da sempre costituito un importante corridoio naturale di collegamento tra l'entroterra e la costa. Proprio alla foce del Misa, nel 284 a.C. i Romani fondano la città di Sena Gallica (Senigallia), la prima colonia romana del settore medio-adriatico, e le nuove terre conquistate lungo l'intera valle vengono riorganizzate e assegnate a dei coloni (a seguito della Lex Flaminia de agro Gallico et Piceno viritim dividundo, del 232 a.C.). Nei nuovi territori colonizzati nascono dei "centri di servizio", le praefecturae, dove i magistrati inviati da Roma amministravano la giustizia.

 

Nel corso del I secolo a.C., dopo che le guerre sociali portarono alla concessione della cittadinanza romana a tutta l'Italia, molte di queste praefecturae si trasformano in città (municipia), dotate di proprie magistrature e di un proprio territorio. Questo avviene per Ostra, nella media valle del Misa, e per la sua gemella Suasa, nella parallela valle del Cesano, che, divenuti municipi, manterranno il loro nuovo status fino all'invasione longobarda, quando saranno del tutto abbandonate. La guerra greco-gotica prima e l'arrivo dei Longobardi poi, segnano infatti la fine dell'ordinamento politico e sociale romano e portano al definitivo abbandono delle città di fondovalle e alla nascita di piccoli agglomerati collocati lungo il crinale, in posizioni naturalmente difese. È così che al posto dell'antica città di Ostra sorgeranno i centri di Montalboddo e Montenovo, che alla fine dell'Ottocento, rispettivamente nel 1881 e 1882, recupereranno le loro antiche radici attraverso la reintroduzione del nome della città romana divenendo Ostra e Ostra Vetere.

Ostra nasce dunque nella media valle del Misa, lungo la strada che, correndo sulla sinistra del fiume, univa Sena Gallica a Sentinum. In particolare, per costruire la città i Romani scelsero l'ampio terrazzo alluvionale di fondovalle oggi compreso tra il Misa e la Strada Arceviese tra i chilometri 18 e 20. Si tratta del terrazzo più grande che si incontra alla sinistra del fiume tra Arcevia e Senigallia. Tale scelta non fu certo casuale: l'ampiezza del ripiano consentiva infatti di realizzare e disegnare gli spazi e le strutture necessari alla vita stessa della città: dal foro, al teatro, dalle terme alle case di abitazione, che, come noto, in età romana si sviluppavano più in pianta che in altezza.
I primi scavi archeologici realizzati nella città risalgono agli inizi del Novecento e furono effettuati dal Cavalier Giuseppe Baldoni di Montalto, Maggiore di cavalleria, allora possessore dei terreni su cui anticamente si estendeva la città. Frutto di questa fase di ricerche “non scientifiche” è la carta raffigurante gran parte dell’area monumentale urbana, che ha costituito una fonte imprescindibile per ogni studio successivo.


Gli scavi riportarono alla luce un edificio termale e un teatro, separati da una larga strada lastricata con direzione NO-SE. Un secondo asse viario perpendicolare al precedente e di un terzo tratto parallelo al primo delimitavano una vasta area riconosciuta come il Foro ovvero la piazza principale della città, sulla quale si affacciavano, oltre al teatro, alcuni edifici, tra cui un tempio.
Per quanto riguarda l’impianto termale furono messi in luce complessivamente venticinque ambienti, tra i quali si è riconosciuto il calidarium (la sala per i bagni in acqua calda) e il frigidarium (la sala per i bagni in acqua fredda), con pareti rivestite di marmo e il pavimento a mosaico. Sono stati inoltre individuati due forni e si è attestata l’esistenza di una grande vasca, probabilmente con funzione di riserva d’acqua per l’impianto termale.
Le indagini a Ostra ripresero alla metà degli anni ottanta del secolo scorso, a opera della Soprintendenza dei Beni Archeologici delle Marche, che avviò anche un programma di restauro conservativo dei rivestimenti musivi dell’impianto termale e nel 2005 nuovi scavi nell'area del teatro.


Dal 2006 il Dipartimento di Storia Culture e Civiltà dell'Università di Bologna conduce nel sito nuove ricerche che stanno portando in luce diversi edifici del Foro, contribuendo alla definizione di questo importante settore urbano della città romana.


Fra i più recenti rinvenimenti, si segnala l'individuazione di un sacello (piccolo tempio) e di un edificio caratterizzato dalla presenza di vasche e ambienti connessi con il prelievo dell’acqua, entrambi di età augustea, quando si attestano i primi interventi di sistemazione dell’area  in senso propriamente monumentale. Questi interventi andarono a sovrapporsi a un precedente sistema di organizzazione spaziale del comparto pubblico che, grazie agli scavi archeologici, è possibile collocare in epoca medio-repubblicana (metà II-inizi I secolo a.C.). A questa prima fase afferiscono una vasta piazza centrale inghiaiata e una singolare struttura, interpretata in rapporto alle attività di elezione dei magistrati cittadini.


A partire dall’età imperiale tutta la piazza forense viene pavimentata con lastre di marmo e di calcare e viene circondata dai principali edifici pubblici, compresi il teatro e il tempio. Tra gli edifici di nuova realizzazione, nel lato occidentale del Foro emerge il complesso formato dal tempio su podio e dal vicino edificio denominato struttura 4. Tale edificio, di incerta funzione, si compone di una sala anteriore rettangolare e di una parte posteriore organizzata in tre ambienti contigui - di cui quello centrale absidato - tutti comunicanti con la sala centrale di cui si  conserva parte della pavimentazione in mosaico di colore bianco. Nel corso della prima età imperiale vengono definiti anche gli assi viari urbani principali, di cui i recenti scavi hanno messo in luce un’ampia porzione, specialmente dell’asse N/S che delimitava il lato orientale del complesso forense. In concomitanza con la lastricatura delle strade, l’area del foro viene definitivamente inclusa in un perimetro murario nel quale, in corrispondenza dell’arrivo sulla piazza forense dell’asse stradale principale della città, viene aperta una porta monumentale di cui si conservano la soglia, lo stipite e un blocco con l’incavo per il cardine.


La situazione fino a qui descritta corrisponde con il periodo di massimo sforzo monumentale del centro della città, collocabile tra l’età augustea e la fine del I secolo d.C., al termine del quale il foro di Ostra, chiuso in un perimetro definito e ben isolato dalla viabilità, contiene al suo interno i maggiori edifici destinati alle attività economiche, civili e religiose.
Nell’ambito di uno di questi spazi, inoltre, doveva trovare posto il più eclatante dei ritrovamenti effettuati nel sito, ovvero la statua colossale in marmo pario, scoperta nel 1841, raffigurante un importante personaggio maschile d'età traianea.


Le ultime campagne di scavo stanno comunque evidenziando come il processo di accrescimento monumentale si protrasse per tutto il periodo della media età imperiale. A questa fase è databile l’edificio denominato struttura 8, un nuovo spazio pubblico databile all’inizio del II secolo d.C.  L’edificio presenta caratteristiche planimetriche precise, componendosi di un grande piazzale rettangolare (A), chiuso verso il Foro da un muro e circondato sugli altri tre lati da un portico continuo (B-D). Nella parete posteriore del portico orientale si apre un ambiente di forma rettangolare (E) inizialmente di dimensioni limitate e successivamente ampliato (F) fino a raggiungere il limite dell’isolato. Nel cortile, in corrispondenza dell’apertura dell’ambiente E, è inoltre presente una piattaforma in conglomerato di calce e ciottoli, nella quale si deve riconoscere la fondazione di un prospetto architettonico colonnato aggettante verso la piazza.
Dopo questa fase, il centro monumentale, per quanto noto finora, non subisce ulteriori interventi e sembra cristallizzarsi in questo assetto per i tre secoli a seguire, fino a quando si fanno evidenti i segni del mutamento: a partire dal V secolo, stando agli attuali dati di scavo, gli assi stradali centrali vengono progressivamente invasi da accumuli di rifiuti, mentre all’interno dell’ambiente centrale di struttura 4, ormai in stato di crollo avanzato, vengono ricavate quattro cantine interrate.


Limitati interventi di sistemazione nell’area del podio del tempio, dove le due scale inferiori sono tamponate per contrastare la crescita del suolo di calpestio nel piazzale esterno, sembrano suggerire la persistenza d’uso di tale edificio, che poteva ancora preservare un qualche carattere di monumentalità, soprattutto se si vuole ipotizzare una conversione della struttura da luogo di culto pagano in chiesa. A sostegno di questa ipotesi, avvalorata dalla fonte scritta di inizi VI secolo che menziona un vescovo facente capo alla diocesi ostrense, è anche l'articolato complesso cimiteriale che consta ormai di oltre 50 sepolture, datate almeno dalla fine del V-inizio del VI secolo, rinvenuto tutto attorno all'edificio.

 

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